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sabato 15 aprile 2023

Filippo Corridoni: l'interventista (di Alceste de Ambris)

 


L'INTERVENTISTA


UN FOCOLARE DI FEDE


Quando scoppiò la guerra europea, Filippo Corridoni si trovava in carcere, per una delle solite montature giudiziarie, con le quali la polizia si illudeva di «mettergli giudizio».

Corridoni era allora alla testa dell'Unione Sindacale Milanese ed io — ritornato dall'esilio l'anno precedente — facevo vita comune con lui in una modesta «pensione» posta al quarto piano di una casa di via Eustachi, nei nuovi quartieri fra Porta Venezia e Loreto. Oltre a Corridoni ed a me, s'assidevano quotidianamente al desco della «pensione» Attilio Deffenu — un piccolo sardo, morto anch'e gli eroicamente al fronte combattendo con la Brigata Sassari —Michele Bianchi, Cesare Rossi, e mio fratello Amilcare, compagno di Corridoni nella dirigenza dell'Unione Sindacale Milanese.

Era un cenacolo rivoluzionario, la «pensione» di via Eustachi, e non mancava di carattere. L'omogeneità politica di coloro che la componevano non escludeva le più profonde diversità individuali. Ma fra quegli uomini di tutte le razze e di tutti i temperamenti, che s'armonizzavano in una idealità comune, vigeva un'amicizia, così sincera e fraterna da escludere perfino — cosa estremamente rara nei cenacoli politici — le meschine gelosie, le malignità e le maldicenze reciproche.

Io, che ho avuto la fortuna di far parte di quel gruppo fino a che la guerra non venne a scioglierlo, non posso ripensare senza commozione alla «pensione» di via Eustachi. Povera «pensione», divenuta silenziosa e vuota dalla fine del maggio 1915: mentre prima era così piena di fervore, di entusiasmo operoso, di feconde discussioni, di amichevoli alterchi, di voci e di risa!
 
Essa era un po' lo scalo del sindacalismo rivoluzionario italiano ed internazionale. Ben pochi degli agitatori più noti non sono passati nella saletta da pranzo della «pensione» di via Eustachi e non si sono assisi a quella tavola. Per non parlare che dei morti, ci veniva Vidali, che portava seco la nostalgia della sua Trieste; Chiasserini, ancora legato formalmente al partito socialista, ma con lo spirito e con l'opera interamente con noi; Reguzzoni, fervido di vita; Rabolini, con un viso di fanciulla, maschera dolce di una volontà eroica; Peppino e Baldino, i due fratelli di Corridoni; il modesto e valoroso Luigi Maltoni, da un paese della Romagna che ha un nome evocatore di meridiane luminosità: Terra del Sole... Tutti questi che ho nominato caddero in guerra, con la divisa del volontario d'Italia. Gli altri che sono passati nella piccola saletta della «pensione» di via Eustachi non è possibile ricordarli tutti. Anche dall'estero giungevano gli ospiti: francesi, belgi, inglesi, russi... Vi furono persino degli armeni e degli ungheresi. 

A volte — sarebbe meglio dire: assai spesso — attorno alla tavola che ci accoglieva due volte al giorno, c'era qualche posto che rimaneva vuoto per delle lunghe settimane. Per lo più era quello di Filippo Corridoni; ma anche gli altri, di quando in quando, si assentavano: si trattava di villeggiature più o meno brevi... al Cellulare. Eppure, malgrado queste tristezze, malgrado l'ardore delle lotte nelle quali eravamo impegnati, la insidia che sentivamo attorno a noi, i pericoli di ogni ordine che continuamente ci minacciavano — eravamo lieti e vivacemente disposti a godere quel poco che la vita ci offriva, nella modestia estrema delle nostre condizioni economiche, fra l'una e l'altra battaglia, fra un periodo di prigionia ed un altro di esilio. Eravamo tutti giovani, ma già veterani delle più aspre lotte che si combattessero allora; e sembrava che un oscuro presentimento ci sollecitasse a cogliere le brevi ore di gioia con l'avida fretta di chi nol potrà più fare domani: «Chi vuol esser lieto sia — del doman non v'è certezza», ripeteva spesso Corridoni che riempiva volentieri la «pensione» delle sue fresche fragorose risate ed aveva «nondimeno velati sovente gli occhi di una lieve mestizia, come se l'ombra dell'avvenire e della morte, si protendesse, ignota a lui stesso, sull'anima sua».

 

LA GUERRA!


Venne l'attentato di Serajevo, e poi — con rapido rovinìo, che l'Internazionale, in cui noi credevamo, non tentò neppure di rallentare —la guerra! Io avevo passato quindici giorni d'inferno, dopo l'invasione barbarica del Belgio, mentre nell'animo mio rissavano atrocemente le ideologie alle quali avevo creduto fino a quel momento e la tremenda realtà che le distruggeva con l'impeto inesorabile delle baionette tedesche. Mi risolsi infine a dir forte quel che la coscienza mi dettava, cogliendo l'occasione di un invito rivoltomi dall'Unione Sindacale Milanese perché parlassi su «Il Proletariato e la Guerra».

La vigilia della conferenza confidai ai miei compagni della «pensione» : — Domani dirò delle cose che forse mi metteranno contro tutta la massa operaia. Ma questo è il meno: mi addolorerebbe assai più se dovessi romperla anche con voi altri...
 
I compagni della pensione — che erano tutti presenti, meno Corridoni arrestato, come già dissi per una delle solite montature giudiziarie — mi risposero promettendo di non mancare alla conferenza. Quella sera si mangiò in un silenzio assai triste. I compagni intuivano che io avrei detto quel che essi stessi pensavano senza osare di confessarlo. Tutti si aveva la sensazione di trovarsi ad uno di quei passi decisivi che non si fanno a cuor leggero. Era tutto il nostro passato, l'idolo cui avevamo sacrificato interamente la nostra giovinezza, che ci preparavamo ad abbattere colle nostre mani iconoclaste. E sorgeva anche il dubbio angoscioso che la nostra fraterna amicizia, cementata dalla continua cooperazione di intenti e di opere, potesse andare infranta nel cozzo di quel momento tragico.

La sera dopo fummo lieti di ritrovarci ancora spiritualmente uniti come prima. I compagni mi avevano attentamente ascoltato senza trovare nessun punto essenziale di dissenso nella dimostrazione da me fatta della necessità dell'intervento italiano nella grande guerra. Tutti erano d'accordo nel riconoscere che non si poteva e non si doveva tacere quello che la nostra coscienza di uomini e di rivoluzionari ci imponeva di conclamare come una dura verità. La gioia della confermata unione dei nostri spiriti era turbata soltanto da un dubbio: — Che cosa avrebbe detto Corridoni? Corridoni, così fervido ed assolutamente convinto nel suo antimilitarismo, Corridoni che poteva giustamente sentirsi esasperato per il recente iniquissimo arresto, Corridoni isolato nel carcere, dove difficilmente penetrano le nuove correnti di idee, perché sono ignoti o mal noti ai rinchiusi i fatti che le determinano, Corridoni avrebbe compreso il nostro atteggiamento? Non ce lo saremmo forse trovato contro, con tutto il suo vigore combattivo, con l'enorme potenza della sua volontà e della suggestione che esercita sulla folla, con la capacità ben nota in lui di lotta e di sacrifizio, non appena fosse uscito dal Cellulare?

Il dubbio continuò a tormentarci tanto che fu deciso un colloquio con Corridoni per sapere che cosa pensava. Fummo incaricati Deffenu ed io di recarci al Cellulare. Ricordo ancora, come se fosse stato ieri, la commozione che ci invase quando ai nostri accenni piuttosto cauti Corridoni proruppe in una delle sue belle risate prendendo in giro la nostra diplomazia e dichiarandosi completamente d'accordo con noi. — Sì, la guerra era un dovere nazionale e rivoluzionario. Sì, dovevamo volerla e farla, non appena l'Italia fosse scesa in campo... Corridoni diceva questo nel parlatorio triste, sotto gli occhi vigili del secondino. Ma nel carcere in cui soffriva ingiustamente aveva già preparato se stesso al sacrifizio. La sua giovinezza era l'olocausto che offriva alla Patria matrigna, prodiga per lui soltanto
di persecuzioni e di fame.
 

LA CAMPAGNA PER L'INTERVENTO



Appena uscito dal Cellulare, Corridoni si gettò nella lotta furibonda, già iniziata per l'intervento dell'Italia. Vi si gettò come sapeva far Egli, senza respiro e senza limiti, con tutto l'impeto del suo entusiasmo e della sua fede assoluta, con un ardore di sacrifizio che preludeva al sacrifizio estremo cui si era votato.

«E' rimasto memorabile — scriveva, commemorandolo pochi giorni dopo la morte, Attilio Deffenu — il comizio tempestoso all'Arte Moderna, verso la fine del novembre 1914, ove il problema dell'interventismo rivoluzionario era posto per la sincerità davanti alla perplessa coscienza operaia; ma è sconosciuto, eccetto che agli intimi, un episodio che mi piace rievocare. Nel pomeriggio del giorno fissato per il comizio, Corridoni aveva ricevuto dalla famiglia un dispaccio telegrafico ove gli si annunziava un improvviso aggravamento delle condizioni di salute della mamma inferma: sembrava prossima una catastrofe il colpo fu terribile: ma il comizio era indetto: mancare poteva sembrare una fuga, certo significava esporsi alle critiche perfide e maligne degli oppositori neutralisti. E vi andò, è facile immaginare con quale animo; parlò, come egli solo sapeva e poteva, con alta e commossa eloquenza, vincendo l'urlante canea dei socialisti assoldati da Bulow, riuscendo, nonostante l'organizzato ostruzionismo, a farsi ascoltare e applaudire. A un certo punto, ricordo, egli prese a dire per quali ragioni, nonostante la sua incrollabile fede internazionalista, non si sentiva di poter rinnegare la patria, il paese che gli aveva dato i natali, dove si parlava il dolce idioma della sua mamma...

 — Federzoni! — L'invettiva tendenziosa, mi ante a snaturare il sentimento ideale che moveva Corridoni ed a dipingerlo come un transfuga dell'idea sindacalista rivoluzionaria ch'Egli amava al di sopra di tutto, risuonò nell'aula solcata dai lampi dell'ira, arrossata dal fuoco irrompente delle passioni.
 
«Egli si volse verso il gruppetto degli insani, non fiatò. Ma chi gli era vicino vide una lacrima scendergli per la gota, vide Lui trangugiarla in silenzio, penosamente, «sentì» che il suo pensiero era rivolto alla madre lontana che forse in quel momento agonizzava in un letto di dolore... «Nel febbraio di quest'anno (1915) veniva ancora arrestato in treno, sotto l'imputazione di un reato di stampa, mentre si recava a Treviso a tenervi una conferenza a favore dell'intervento. E dal carcere mi scriveva il 24 febbraio: «Vedo che la vostra propaganda per l'intervento è incessante. Ne sono proprio contento. I neutralisti avranno indubbiamente tratto profitto dal mio arresto, gridando che in Italia la libertà vien più manomessa che in Austria, ecc. Di' loro che per quanto io sia trattato alla tedesca, griderò sempre: Viva la guerra!, e che ci vuol ben altro che queste piccole miserie per scuotere la mia profonda e radicata convinzione che solo dalla sconfitta degli imperi centrali l'Europa può essere trascinata verso una maggiore e più solida libertà».

Nel marzo, dopo un processo alle Assise, venne nuovamente posto in libertà ed egli tornò alla battaglia interventista con un vigore che il carcere sembrava aver rinnovellato.

Chi non rammenta l'opera magnifica di Corridoni, culminante nelle giornate del maggio 1915, quando furono travolte in un'ondata di passione le resistenze neutraliste? In quei giorni memorabili, Corridoni fu veramente il dominatore di Milano. Le piazze e le strade erano sue. La sua parola vi accendeva fiamme di entusiasmo, la sua persona ed il suo gesto trascinavano la folla alle ultime vette della volontà eroica. Molti vi sono certamente che hanno ben lavorato per l'intervento; ma nessuno, in Italia, può dire di aver dato alla Causa più di Filippo Corridoni. Egli non offriva soltanto se stesso, l'opera sua instancabile, la sua pura giovinezza: offriva anche la popolarità guadagnata in otto anni d'instancabile fatica, attraverso rinunzie e pene inenarrabili. Tutto bruciava sull'ara della Patria vista con occhi di figlio nell'ora del dolore. Colui che aveva conosciuto la Patria soltanto nella forma odiosa del poliziotto persecutore e del giudice iniquo.


Alceste De Ambris - 1922

sabato 25 marzo 2023

Filippo Corridoni: il rivoluzionario (di Alceste de Ambris)

 


Pubblichiamo il profilo dedicato a Filippo Corridoni dal suo compagno e commilitone Alceste De Ambris e pubblicata nel 1922. In questo primo contributo De Ambris si sofferma sulla biografia e sul carattere rivoluzionario del protagonista. 


PREMESSA


I lettori comprenderanno senza sforzo perchè le pagine che presentiamo qui innanzi, lungi dall'avere la pretesa di una rigida e gelida obbiettività, risentono vivamente dell'affetto fraterno che legò il biografo a Filippo Corridoni, negli ultimi dieci anni della vita di questi; perdoneranno perciò il loro carattere spiccatamente personale.

Il biografo dubita tuttavia di poter trasmettere ai lettori la sensazione del commosso ardore con il quale ha scritto: soltanto chi ha avuto la fortuna di conoscere Filippo Corridoni e di amarlo e di esserne amato, nella intimità di una lunga amicizia, può comprendere interamente questo, che la penna è impari ad esprimere.

Perchè Filippo Corridoni non era solamente un magnifico agitatore, un condottiero di folle audace ed esperto, un soldato eroico della sua fede: egli era anche un dolce amico, un indimenticabile compagno, un irresistibile fascinatore di anime.

Ricordiamo che, essendo Egli stato a Parigi una sola volta e per pochi giorni, era riuscito a lasciare un ricordo incancellabile perfino negli uomini più freddi di quell'ambiente scettico e blasé, che ce ne parlavano ancora dopo molti mesi con affettuosa ammirazione.

Donde venisse quella sua singolare magnetica forza d'attrazione ch'Egli inconsciamente esercitava anche sugli individui meglio corazzati e più refrattari, non meno che sulle folle, ognuno che abbia intelletto d'amore potrà intendere, leggendo le pagine autobiografiche che pubblichiamo più innanzi.

Di Corridoni si può ben ripetere quello che Mazzini scriveva di Jacopo Ruffini : «Io non trovo qui sulla terra, fra quei che hanno concetto di fede e costanza di sacrifìcio, creatura che ti somigli».

Filippo Corridoni era, difatti, uno di quegli esseri privilegiati che riassumono e sublimano in una sintesi individuale completa le più nobili virtù della stirpe e della generazione cui appartengono.

Anche nei migliori la sincerità della convinzione è qualche volta sfiorata dal dubbio, la volontà del sacrificio trattenuta da esitanze, la profondità della fede turbata da umane debolezze. In Corridoni questo non avveniva mai. Egli aveva raggiunto l'assoluto senza sforzo, perchè a tale lo portava la sua natura di eccezione.

Santa Caterina diceva: «Et si religio jusserit signemus fidem sanguine». Filippo Corridoni non poneva nemmeno il condizionale. Per Lui, affermare col sangue la fede non era una eventualità: era un comandamento certo, un dovere preciso.
 
Forse era questa ormai tranquilla certezza del sacrifìcio che gli permeteva di conservare in mezzo alle prove più aspre quella mirabile serenità, quella fresca letizia giovanile che lo rendeva carissimo a quanti lo conoscevano, come una dote estremamente rara negli uomini la cui vita è una lotta senza riposo.

E tuttavia cadrebbe in un grossolano errore chi credesse che il concetto di un dovere superiore fosse in Filippo Corridoni causa od effetto di fanatismo cieco d'impeto irragionevole, d'unilateralità sentimentale non sussidiata dalla conoscenza necessaria dei fatti reali e della loro relatività.

Corridoni, come tutti coloro cui le urgenze continue della azione non concedono l'agio di una riposata meditazione, non ebbe mai tempo di documentare scrivendo libri, quanto il suo vivacissimo intelletto, maturato da una più che decennale esperienza, poteva produrre. Le manifestazioni di pensiero ch'Egli ha lasciato son quasi tutte frammentarie: articoli di giornali, relazioni di Congressi, lettere, i suoi mirabili discorsi, sempre improvvisati, non furono raccolti se non in riassunti affrettati, scialbi, insignificanti. E non è più possi bile ricostruirli.

Il lavoro più completo di Corridoni consta appena 113 cartelle scritte durante la sua permanenza in carcere, nel'aprile del 1915: brevi pagine, dunque, ma che nella loro concisione hanno tanta originalità di concetti ed acutezza di osservazioni da poter servire di traccia a più di un grosso volume.

Quelle pagine che — per la data in cui furono scritte, appena sette mesi prima della morte — possono essere ritenute come il suo pensiero definitivo, meditato e misurato al pari di un testamento, dimostrano che l'entusiasta trascinatore di folle, il combattente che ardeva di sacrificarsi, era anche un formidabile ragionatore, fornito d'una coltura poco comune vivificata da una intelligenza limpidissima e da una libera ed ampia visione del problema nazionale e sociale.

Nel silenzio triste e raccolto della cella carceraria, Colui che si preparava ad offrire alla Patria l'olocausto santo della sua giovinezza senza macchia, vedeva la realtà storica futura con meravigliosa chiarezza.

Certe sue pagine hanno valore di profezia, duramente confermata oggi dai fatti. Eppure anche davanti alla netta percezione del vero valore e dei risultati non decisivi di quel sacrificio a cui si disponeva, Egli — volontario morituro — rimaneva fermo nell'accettare la guerra con ardente volontà suscitatrice d'inarrivati eroismi.

Giacché Corridoni era, così sicuro di sé e tanto superiore ad ogni umana debolezza, da non aver neppure il bisogno del conforto di una grande illusione per accingersi al compimento del supremo dovere liberamente prescelto. Non respingeva la gelida verità obbiettiva, non cercava d'ingannare se stesso
commisurando il risultato previsto alla grandezza che il sacrificio si disponeva a compiere. Sapeva e diceva che la guerra avrebbe potuto dare soltanto risultati di gran lunga inferiori a quelli che una speranza lusinghiera e fallace lasciava intravedere. Eppure andava serenamente alla guerra.
 
Corridoni ci ha perciò lasciato — con la sua memoria inobliabile — un grande insegnamento di cui bisogna far tesoro: davanti alle necessità riconosciute, anche se dure — per la pienezza della lotta indispensabile alla vita ed alla libertà di un popolo, di una classe, di un individuo — non bisogna mai accasciarsi nel deluso sconforto; ma trarre anzi motivo dalla durezza delle necessità che s'affacciano per affrettare più alacremente l'opera nostra.

Alla memoria di Lui intendiamo pertanto di rendere un triplice omaggio senza velare in alcun modo la schiettezza della nostra parola. Se coloro che ci leggono hanno — come crediamo — nobiltà di sentimento, quali che siano le loro convinzioni politiche e sociali, comprenderanno perchè non abbiamo voluto mutilare Corridoni, parlando soltanto dell'interventista e del Volontario. Anche il Rivoluzionario deve essere compreso ed ammirato dagli italiani che vogliono onorare sinceramente la memoria dell'Animatore e dell'Eroe, perché fu appunto sul terreno della fede rivoluzionaria di Filippo Corridoni che germogliò magnifico il fiore purpureo del Suo sacrificio per la Patria.
 

IL RIVOLUZIONARIO

NEL ROVETO ARDENTE


Conobbi personalmente Filippo Corridoni per la prima volta durante il memorabile sciopero agrario parmense del 1908.

All'inizio del movimento egli si trovava a Nizza, dove si era rifugiato per sfuggire alle conseguenze di una condanna a vari anni di reclusione riportata a Milano per antimilitarismo. Quando la lotta fu nel periodo culminante lo vedemmo piombare a Parma, sotto il nome di « Leo Cervisio », col suo viso sorridente di fanciullo e con un paio di calzoni troppo corti.

In quell'epoca i calzoni di Pippo — così lo chiamavano gli amici — erano sempre troppo corti. Egli cresceva vertiginosamente. Il sarto non aveva ancor finito di confezionargli un abito che già le misure non andavano più bene. Solo alcuni anni più tardi Pippo finì di crescere — grazie al cielo ! — e i suoi calzoni non furono più troppo corti; ma il viso conservò sempre il sorriso ingenuo di una volta.

Cercammo di far comprendere a « Leo Cervisio » tutti i pericoli a cui si esponeva — nelle sue condizioni giuridiche — col partecipare ad una lotta che diventava di giorno in giorno più aspra. Non ci fu verso di dissuaderlo. Volle restare ad ogni costo in quel roveto ardente, esponendosi più di ogni altro, con quella sua tranquilla ed ilare strafottenza che ce lo rendeva ogni giorno più caro. La polizia, del resto, non sospettò mai che « Leo Cervisio » fosse il condannato Filippo Corridoni. Arrestato più volte, fu sempre rilasciato senza che i funzionari della questura dubitassero di aver nelle mani un così terribile delinquente.

Il 20 giugno 1908, quando, per ordine di Giolitti, fu dato l'assalto alla Camera del Lavoro di Parma, egli era sulla strada a difenderla. Un ufficiale di cavalleria, che caricava la folla alla testa di un plotone, gli puntò contro la rivoltella gridandogli : — Va via, o sparo !

« Leo Cervisio » non si mosse. Solo e disarmato, rispose offrendo il petto: — Spara dunque, vigliacco!

L'ufficiale — che non era certo un vigliacco — stupito di una così eroica audacia, non sparò. Frattanto sopravvenne una squadra di giovinotti che respinsero il plotone con un nugolo di sassi e trascinarono seco il temerario compagno, salvandolo attraverso i vicoli dell'Oltretorrente, il noto quartiere proletario e sovversivo di Parma, che doveva poi offrire alla guerra numerosi volontari.
 
La sera stessa Corridoni si trovava con me in uno stanzone sotterraneo di Borgo dei Grassani. C'erano anche alcuni altri, indotti a rifugiarsi là dalla caccia che la polizia dava a tutti i sospetti di partecipare alla dirigenza dello sciopero, che si voleva stroncare ad ogni costo. Per le strade di Parma infuriava la violenza statale: raffiche di fucileria e di mandati d'arresto. Nessuno poteva esser sicuro di non prendersi una palla nello stomaco o di non venire acciuffato come componente dell'associazione a delinquere, inventata dalla fervida fantasia dei funzionari di pubblica sicurezza, per avere il pretesto legale di operare arresti in massa. Il giorno dopo — avuta la sicurezza che il mandato di cattura esisteva solo per me — i miei compagni uscirono dal rifugio. Con loro uscì pure « Leo Cervisio » che restò sulla breccia, nella provincia percossa dalla più dura reazione, per un mese ancora, finche la denunzia ipocrita di un furfante travestito da socialista non lo costrinse a ripigliare la via dell'esilio, sulla quale io già mi trovavo. Venne a salutarmi a Lugano, di passaggio; ed un paio di mesi pù tardi lo ritrovai a Zurigo. Era un ottobre triste ed umido. Corridoni viveva facendo il manovale di muratore. Sfinito dalla fatica, malaticcio, costretto alla miseria più dura, coi calzoni più corti che mai, rideva pur sempre del suo bel riso sereno e negli occhi gli luceva la fede sicura, ardente, gioiosa, come nei momenti più belli delle lotte che avevamo combattuto insieme.

PAGINE AUTOBIOGRAFICHE 


La biografia di Corridoni è stata tracciata da lui stesso, in una lettera indirizzata a persona cara, poco prima della sua morte sul campo. Nulla è più commovente delle pagine semplici e schiette del documento che ho sott'occhio e che riporto integralmente:

«Ho ventotto anni non ancora compiuti. I miei genitori sono operai ed ora vivono in una discreta agiatezza, frutto del loro costante lavoro. Ho frequentato una scuola industriale superiore, da dove sono uscito col diploma di perito meccanico. Venni a Milano nel 1905 e vi esercitai fino al 1907 la professione di disegnatore e tracciatore di macchine. Di idealità repubblicane fin dalla prima fanciullezza, divenni socialista rivoluzionario fin dai primi mesi di mia permanenza in questa città. Entrai nella milizia sovversiva nella primavera del 1906 ed il mio ardore giovanile ed una certa vivacità di intelletto mi condussero subito nelle prime file.

«Nel gennaio del 1907 ero Segretario del Circolo Giovanile Socialista; a marzo fondatore del «Rompete le File» insieme a Maria Rigier. Nell'aprile successivo ero Vice Segretario della Federazione Provinciale Socialista. Allora ero puro di anima e di sensi; non amavo le donne ; non il vino, non la carne. Guadagnavo bene e spendevo pochissimo, in modo da poter disporre della maggior
parte del mio stipendio per le mie idee. Ma incominciò subito contro di me una feroce implacabile persecuzione poliziesca, che si è arrestata alle soglie della caserma, e che probabilmente proseguirà quando avrò svestita la divisa di soldato, se gli.... austriaci non vi porranno rimedio.

«Ebbi nel maggio 1907 la mia prima condanna : e da allora ne ho dovute registrare ben trenta. Per otto anni consecutivi la mia vita è stata asprissima, terribile. Ho fatto ininterrottamente la spola fra una prigione e l'altra, con qualche puntata in esilio.

«Ho sofferto, e tanto, ma ho il supremo orgoglio di poter attestare innanzi all'universo, e senza tema di smentite, che le giornate del dolore sono state da me sopportate con coraggio e fermezza di animo, senza che nessuno possa buttarmi in faccia un istante di debolezza o di viltà.

«Ho patito fame, freddo, dileggi, vituperi, mortificazioni, senza mostrare ad alcuno i miei patimenti. Ho fatto tutti i mestieri, nell'esilio dolo oso, dal manovale di muratore al venditore di castagne. Ho vissuto dei mesi con semplice pane e ricotta romana, ovvero con un piatto di spaghetti da quattro soldi, mangiato una sola volta al giorno. Ebbene, malgrado ciò, eccomi qua con la mia fede intatta, pronto ad infilare ancora una volta la via crucis per il trionfo delle mie idee immortali. 

«In questi otto anni ho portato la mia parola da un canto all'altro d'Italia; dappertutto mi sono fatto degli amici; forse anche degli avversari: nemici, no. Nemici no, perché (e non è una virtù) la mia anima è incapace di odiare. Ovvero io odio il male in se stesso e non nelle persone che lo compiono. E se combatto un avversario, anche con asprezza e rudezza, lo faccio per guarirlo dal suo male morale, e non per il gusto di vederlo avvilito e vinto. Al di là della mia penna affilata quanto una spada, vi son sempre le mie braccia aperte pronte a stringere l'avversario che si pente e si ricrede.

«Le mie idee non mi procurano che prigione e povertà; ma se la prigione mi tempra per le battaglie dell'avvenire, se la prigione mi nutrisce l'anima e l'intelletto, la povertà mi riempie di orgoglio. Se avessi avuto anima da speculatore o se avessi per un solo attimo transatto con la mia coscienza ora avrei una posizione economica invidiabile; ma siccome io so, sento che un soldo illecitamente guadagnato costituirebbe per me un rimorso mortale e mi abbasserebbe talmente dinanzi a me stesso da uccidermi spiritualmente, così posso tranquillamente prevedere che la povertà sarà la compagna indivisibile della mia non lunga vita.

«I miei avversari da dieci anni a questa parte hanno avuto modo di far circolare sul mio conto ogni sorta di voci calunniose ed hanno intessuto maldicenze idiote. Io non ho mai sentito il bisogno di raccogliere tanto fango, che la verità s'è fatta sempre strada naturalmente ed i galantuomini han fatto per proprio conto giustizia sommaria di certe bassezze. Ho anch'io i miei difetti — chi non ne ha ? — ma gli sforzi che da tanti anni compio per detergere l'anima mia da ogni impurità e per rendermi degno della missione che il destino mi ha affidato, hanno raggiunto il risultato di far di me un uomo che può andare in giro per il mondo senza correre il pericolo di arrossire e chinare la fronte dinanzi a chicchessia».


IL CONCETTO DELLA VITA


In un'altra lettera, pure scritta dal fronte, tornava a ripetere il concetto morale cui aveva sempre ispirato la sua vita con queste parole:

«Ho amato le mie idee più di una madre, più di qualsiasi amante cara, più della vita. «Le ho servite sempre ardentemente, devotamente, poveramente. Che anche la povertà ho amato, come San Francesco d'Assisi e Fra Jacopone, convinto che il disprezzo delle ricchezze sia il migliore ed il più temprato degli usberghi per un rivoluzionario.
 
«Ho cercato sempre di adattare la mia vita ai dettami morali della mia dottrina: pur non essendovi riuscito, che la carne è fragile, ho l'orgoglio di asserire che il mio sforzo è stato sincero e costante. 

«Se il destino lo vorrà, morirò senza odiare nessuno — neanche gli austriaci -— e con un gran rimpianto: quello di non aver potuto dare tutta la somma delle mie energie, che sento ancora racchiuse in me, alla causa dei lavoratori; con una grande soddisfazione: di aver sempre obbedito ai voleri della mia coscienza».

Tanto basta —cred'io —per delineare la figura spirituale del rivoluzionario che si fece volontario della Patria nell'ora del pericolo.

La figura fisica di Filippo Corridoni non contrastava con la figura spirituale. Alto, snello, biondo, con grandi occhi chiari dolcissimi, roseo e sorridente anche nei momenti più tristi e tragici, egli esercitava un fascino singolare sulle persone che l'avvicinavano, come sulle folle che guidava alle più aspre battaglie, elevandole con l'esempio alla comprensione della bellezza ideale del sacrifizio che non chiede premio.

Persone e folle intuivano in lui una sincerità assoluta, una nobiltà d'anima senza ombre ne incrinature, un delicatissimo sentimento umano che l'esperienza amara non riusciva a diminuire; come le durezze di una vita di miseria e di dolori non riuscivano a vincere la freschezza giovanile del suo fisico, sul quale neppure le malattie sembravano aver potenza di lasciare tracce.

Alceste de Ambris - 1922
 
 Fonte

I media e Big Pharma hanno gli stessi proprietari

  un articolo di capitale importanza del  dottor Joseph Mercola La storia in breve: Big Pharma e i media mainstream sono in gran parte di ...